L’antico santuario di San Giovanni accoglie migliaia di fedeli!
Nel territorio comunale di Merlino sorge un bellissimo santuario dedicato a San Giovanni Il Battista.
La prima notizia certa che abbiamo della chiesa di S. Giovanni Battista del “Calandrone” (piccolo corso d’acqua che una volta bagnava le mura del santuario), è dell’anno 1261 e si trova in una pergamena esistente nell’archivio della Mensa Vescovile di Lodi, pubblicata nel «Codice diplomatico laudense», opera di Cesare Vignati.
Questa chiesa apparteneva alla Plebe di Bariano, (oggi il nome di plebe corrisponde pressappoco a quello di Vicariato), nell’alto Lodigiano, con la chiesa di S. Eufemia: questa fu distrutta nel 1574 e le rendite passarono ad un dignitario appartenente al capitolo della cattedrale. Della chiesa di Bariano se ne parla sin dal marzo de1885 in un documento di permuta tra Gerardo vescovo di Lodi e Pietro, secondo abate del monastero ambrosiano.
Se disponiamo della prima notizia certa nell’anno 1261, questo lascia intendere che il santuario dedicato a S. Giovanni Battista, esistesse da tempo.
La chiesa situata sulla destra del canale Calandrone si distingueva col nome del medesimo chiamandosi “Ecclesia Sancti Johannis ad Calendonum”; essa sorgeva comunque nel punto in cui il Calandrone attraversa il confine fra le attuali parrocchie di Merlino e Marzano.
Infatti ci narrano i vari cronisti come tra le due parrocchie confinanti vi siano state frequenti questioni per la giurisdizione del santuario e purtroppo il motivo era l’abbondanza delle offerte che costituiva un’entrata considerevole alle scarse disponibilità dei due rettori; la contesa però doveva alla fine terminare in favore del parroco di Merlino.
Dopo più di duecento anni privi di notizie certe, nell’anno 1466 è da ritenersi che la chiesa sia stata restaurata. Questa notizia ce la tramanda il rettore Antonio Maria Pozzoli.
Nelle sue cronache scritte nel 1698 ci informa di aver osservato su di un pilastro esterno del santuario l’immagine di S. Bernardino da Siena (vissuto fra i11380 e il 1444) e l’iscrizione Milanese quadringentesimo sexageismo sexto (MCCCCLXVI) «dove probabilmente – così ci descrive questo sacerdote – si crede allora essere stata piuttosto restaurata e dipinta che fondata, tantoché, sotto alla medesima e suddetta pittura ed altrove ancora vi si scorge esservi stata altre volte un’altra tonica di calcina, pitturata».
L’illustre storiografo lodigiano Giovanni Agnelli, nella storia da lui scritta sull’oratorio di S. Giovanni Battista del Calandrone, ci porta a conoscenza che «negli scavi eseguiti in occasione di restauri o d’altro si scoprì un pozzo, una lapide con relativo sepolcro ed altri materiali in muratura, i quali ci forniscono sufficienti indizi per provare che l’oratorio fu anticamente il primo nucleo di un piccolo villaggio sul ciglio del rio Calandrone, forse più antico del vicino Merlino».
In una stringata pubblicazione del 1904 a cura della parrocchia di Merlino sulla storia del santuario e con il visto per la stampa del vescovo Giovanni Battista Rota, tra l’altro è scritto: «Della costruzione di questa chiesetta del Calandrone non consta l’epoca precisa. E’ certo però che nel 1263 trovavasi nel luogo una casa dell’Ordine degli Umiliati, come rilevasi dalla storia scritta dall’abate Cesare Vignati di Lodi. Negli scavi datti intorno all’oratorio si sono trovati dei cadaveri; ed
in quelli eseguiti in occasione di restauri, si scoprì un pozzo, ed avanzi di muratura, tutti sufficienti indizi per dimostrare che anticamente vi erano degli abitanti».
LE VISITE PASTORALI E GLI INVENTARI
La prima visita pastorale che ci viene tramandata è del vescovo Antonio Scarampo vescovo di Lodi nel 1573 e nel 1583 da monsignor Bossi, vescovo di Novara e visitatore apostolico.
Viene ordinato di rendere la chiesa più decente e degna di essere come si conviene per un luogo di culto. Monsignor Ludovico Taverna visita l’oratorio nell’agosto del 1589 e dieci anni dopo la visita è ripetuta dal suo Vicario, senza lasciare disposizioni particolari. Di notevole interesse è la visita del vescovo Michelangelo Seghizzi avvenuta il 25 aprile 1621. Per la prima volta si parla del lavello di marmo contenente l’acqua per il pio uso dei pellegrini.
Dopo sette anni in un Inventario eseguito dal rettore Carlo Giuseppe Negri riguardo la parrocchia di Merlino si legge quanto segue: «Di più vi è un oratorio sotto, il titolo di S. Giovanni Battista la cui facciata è verso sera, con portico avanti et due navelli di marmoreo uno per parte. In detto oratorio vi è il suo altare con pittura di S. Giovanni Battista con altre pitture. Et intorno a detto oratorio vi sono due pertiche di terra con varie roveri (di proprietà della Rettoria) ».
Il rettore Domenico Raffaelli, con il suo inventario del 20 marzo 1679 ci fa sapere che l’oratorio era in disordine e pertanto nel novembre 1681 vengono effettuati i lavori di restauro.
E questo rettore ci dice fra l’altro: «Ha due navelli fuori di chiesa – non ha paramenti di sorta alcuna, ma vi si portano dalla parrocchia. Non si trovano scritture – vi si celebra per divozione una volta al mese ed anche più…».
Con l’inventario del 22 dicembre 1698 il rettore Antonio Pozzoli, ci narra che «fuori della porta a destra e a sinistra vi sono due navelli di marmo; che vi è indulgenza per sette anni, come appare da Breve di Roma dato il 1° giugno 1696», e prosegue accennando allo «scolatore Correndone, come coerente a certi beni della scuola di Merlino».
Il resoconto del rettore Carlo Antonio Dossena in data 7 settembre 1710 ci fa conoscere diversi particolari dell’oratorio, sottolineando la necessità di urgenti riparazioni.
L’anno successivo, infatti, il vescovo Ortensio Visconti con la sua visita impartisce ordini ben precisi riguardo i restauri e la dote occorrente per questa chiesa e proibisce la celebrazione di ogni funzione fino a che non saranno eseguite tutte le sue disposizioni.
Ultimati i lavori, nel settembre 1714, lo stesso parroco di Merlino chiede al vescovo il permesso di riprendere le celebrazioni.
Il parroco di Bisnate Antonio Tradati è delegato a verificare e, trasmesso l’esito positivo al vescovo, questi in data 30 dello stesso mese, accorda la facoltà richiesta.
Per la prima volta e nell’anno 1738 1a cronaca parrocchiale parla delle grazie che i devoti pellegrini provenienti da ogni parte, ottengono in questa chiesa e ne viene informato in modo dettagliato il vescovo.
L’autorità ecclesiastica è sempre fin troppo prudente per dichiarare ufficialmente un miracolo o una grazia specialmente di ordine materiale. E dopo secoli, il cronista parrocchiale si azzarda ad informare il vescovo.
Ma la piscina probatica di questo luogo già da molto tempo aveva fatto parlare di sé.
I doni votivi, i quadretti si contavano a centinaia e tra essi ve ne sono del secolo XVI; fino al tempo del parroco Bramini, furono notati diversi apparecchi ortopedici, stampelle e bastoni di ogni sorta che per motivi igienici vennero bruciati.
Tutte prove certe per testimoniare le grazie ricevute dai devoti pellegrini beneficati.
Giuseppe Maitelli parroco dal 1735 a11747 si dovette impegnare per altri impellenti lavori: il rifacimento dei muri laterali, mentre ci comunica ancora il continuo concorso di popolo ed effusione di grazie.
LE DUE VASCHE
Sul lato sinistro della chiesa, si trova la vasca con l’acqua benedetta, per il devoto uso dei pellegrini.
Nonostante il progresso della scienza medica e dell’era delle grandi conquiste spaziali, ancora oggi sono sempre tanti coloro che si rivolgono a S. Giovanni Battista per ottenere la sua intercessione, per essere liberati dai loro mali e dalle loro infermità.
La vasca minima ha una lunghezza due metri e trenta centimetri; larghezza un metro e quindici centimetri; altezza ottantacinque centimetri.
Sul lato destro della chiesa si trova la vasca crepata. Era ormai quasi sepolta e coperta di erbacce, ai margini del campetto e con l’ultimo restauro è stata ricomposta e collocata al suo giusto posto.
Come abbiamo già riferito, era uno dei due avelli contenenti l’acqua benedetta per il pio uso dei pellegrini. E della rottura di questa vasca, una tradizione abbastanza lontana, ci racconta un fatto molto strano.
Un cacciatore aveva il cane ammalato e lo immerse nella vasca piena d’acqua, pronunciando questa frase in dialetto lodigiano: «O S. Giuàn, se te fè guarì i Cristiàn, fa guarì anca el mè can». (O S. Giovanni se fai guarire i Cristiani, fa guarire anche il mio cane). Ma all’atto della immersione, la vasca si spaccò e di conseguenza tutta l’acqua andò perduta all’intorno. Non si hanno documenti che provano tale avvenimento, però la tradizione è molto insistente. La critica moderna è spietata e della tradizione ben poco o nulla tiene conto.
Del resto è un fatto molto secondario ed anche se si volesse tenere in considerazione quanto ci hanno trasmesso le generazioni che ci hanno preceduto, abbiamo visto che ben altre sono le notizie più importanti.
Questa vasca di marmo lunga due metri e quarantacinque centimetri, larga ottantacinque centimetri e alta sessantatré, risulta spaccata in diversi posti e certamente per renderla fuori uso deve essere accaduto qualcosa di straordinario. Questo avello, – scrive Francesco Cerri nella sua pubblicazione – per noi e per i nostri posteri sarà soprattutto un monumento religioso di singolare importanza, perché ci ricorda chissà quanti credenti sono accorsi alla sua acqua miracolosa e sono stati risanati.
I RESTAURI LUNGO I SECOLI E L’ATTUALE VOLTO DEL SANTUARIO
Abbiamo notato che in occasione di visite pastorali, frequenti sono stati gli ordini impartiti per restauri.
Oltre a questi sono da registrare importanti rifacimenti, trasformazioni e ampliamenti, dovuti all’iniziativa di rettori intraprendenti e ardimentosi, nonché alle continue e sempre crescenti offerte di pellegrini devoti e beneficati.
Risalendo le origini, la forma di questa chiesina sperduta tra i campi, era di una stanza rettangolare con finestre a crociere di legno; il dipinto di S. Giovanni Battista si trovava sulla parete orientale.
Nel 1781 fu il parroco Gaetano Caisi a trasferirla dove oggi noi la troviamo. A lui si deve l’allungamento della chiesetta, la costruzione del coro e il rifacimento dell’altare in marmo.
Altre migliorie furono apportate nel 1794 e all’esterno il portico fu trasformato in capitello con le iscrizioni laterali.
A breve distanza fu costruita la sagrestia e un portico al lato settentrionale per riparare la vasca ed i pellegrini dalle intemperie.
Degno di menzione è il parroco Giovanni Granata. Durante il suo governo, forse il più lungo che si ricordi a memoria d’uomo, dal 1881 al 1927, (46 anni), la chiesa fu decorata dal lodigiano Chizzoli e inoltre fu costruita una pompa, allora tanto preziosa per i fedeli visitatori che giungevano quasi sempre a piedi o con rozzi veicoli, affaticati dal caldo e imbiancati dalla polvere delle strade.
Nel 1939 don Giovanni Marzagalli fece costruire i portici attigui alla chiesina e con il restauro dei frontali diede un nuovo aspetto alla facciata. Sempre durante il periodo di questo arciprete, nel 1940 il decoratore Cesare Minestra di Lodi e il pittore Cesare Secchi di Milano restaurarono l’interno. Il piazzale venne ampliato da don Giuseppe Bramini, arciprete dal 1953 al 1959.
Il suo coadiutore don Paolo Tinelli, poi parroco di Guardamiglio, si distinse per aver dato un particolare risveglio di pietà e devozione al santuario.
Durante questo periodo si registrò un fatto eccezionale: il vescovo di Lodi Tarcisio Vincenzo Benedetti, che seguiva da vicino la nuova ondata devozionale, avocò a sè la carica di rettore del Santuario.
Il Pastore della diocesi, con le sue visite frequenti e con la sua direzione contribuì a rivalutare e riaffermare l’importanza del santuario.
Il parroco don Antonio Scottini, poi parroco di Cornogiovine, nel 1965 diede un nuovo slancio con importanti realizzazioni: ampliamento della sagrestia, costruzione del bar, dei servizi e dei portici all’interno del piazzale.
Nel 1971 a cura dell’arciprete don Felice Marzatico, la facciata acquistò ulteriori splendide migliorie, con l’arricchimento del mosaico raffigurante il Precursore, opera della ditta Peresson di Milano, su disegno del pittore professor Arzuffi di Bergamo. Ai lati sotto le finestre, gli stemmi dell’allora regnante, Pontefice Paolo VI e del vescovo di Lodi.
Nel 1972 l’intraprendente sopraccitato parroco fece restaurare nuovamente l’interno e ad opera del pittore Nunzio Taragni di Bergamo, che diede ottima prova della sua abilità artistica nella decorazione della chiesa di Merlino, presentò il nuovissimo volto del Santuario che noi oggi ammiriamo.
Le parecchie trasformazioni susseguitesi durante i secoli hanno portato la chiesa a forma di croce latina. All’interno gli affreschi del professor Cesare Secchi rappresentano i momenti più significativi della vita di S. Giovanni Battista.
Sull’altare la miracolosa e antichissima effigie raffigurante il santo penitente; sopra l’altare la donazione della testa di S. Giovanni da parte di Erode alla figlia di Erodiade; sulla volta centrale la predicazione; a destra la decollazione e a sinistra il battesimo di Gesù. Le tre figure sull’abside simboleggiano le virtù teologali: Fede, Speranza, Carità.
All’esterno sotto il capitello si trovano le immagini di S. Francesco d’Assisi e S. Chiara, affreschi ancora eseguiti nel 1940 dal professor Secchi. Il ritrovamento poi del dipinto di S. Bernardino da Siena nell’anno 1466, rinnovato nel 1760 dal parroco Giuseppe Antonio Boselli, lascia supporre che la grande famiglia francescana era certamente all’avanguardia per la devozione al santo e al suo santuario.
IL CONVENTO DI S. GIOVANNI BATTISTA ALLA COSTA DEL PULIGNANO NEI CHIOSI DI PORTA REALE DI LODI
Il padre Paolo M. Sevesi dei Frati Minori, nell’Archivio Storico Lodigiano del 1931, ci fornisce importanti notizie sulla fioritura del convento di S. Giovanni Battista con annesso ospedale, nei Chiosi di Porta Reale di Lodi.
La prima notizia di questo cenobio è del 1390 e, nonostante le numerose chiese e conventi esistenti in quel tempo nella città di Lodi, S. Giovanni Battista fuori le mura, officiata dai Frati Minori dell’Osservanza era il prediletto dai lodigiani. L’umiltà e la povertà di quei buoni monaci, unitamente alla fama di S. Bernardino da Siena (il cui dipinto si trova anche a S. Giovanni del Calandrone), trascinarono parecchi giovani della nobiltà lodigiana alla consacrazione a Dio. Tra essi, Antonio Gavazzi e Amicino furono venerati fra i Beati.
Alle dipendenze del convento di S. Giovanni Battista, fiorirono pure Congregazioni di Terziari e Terziarie Francescani.
Parecchi furono i lasciti e le oblazioni a favore di questo convento e gli esemplari monaci di questa località, erano comunemente denominati i frati di S. Giovanni.
Probabilmente tutte queste informazioni, hanno fatto supporre la presenza anche dei Francescani presso S. Giovanni Battista del Calandrone.
LE BENEMERENZE DELL’UNITALSI
La sottosezione Unitalsi di Lodi (Unione Nazionale Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Italiani) ha nel santuario di S. Giovanni del Calandrone uno dei suoi centri di attrazione; il gruppo cittadino dell’Unitalsi si presta con illuminata generosità all’assistenza degli ammalati, pellegrini e devoti che giungono da ogni parte.
E’ dall’ormai lontano 1950 che il benemerito sodalizio, nel giorno 24 giugno, festa della natività di S. Giovanni. Battista, svolge la sua preziosa opera.
«24 giugno, mattino di S. Giovanni. S. Giovanni… la tua festa di piena estate, il fascino mistico delle S. Messe celebrate all’alba, nel tuo Santuario d’oro, l’afflusso dei pellegrini, il mormorio della tua fonte, il profumo dei tuoi tigli, il cinguettare dei fringuelli sugli alberi… S. Giovanni, ti amo, così come sei»: il breve scritto di questa devota di S. Giovanni del Calandrone contiene tutto uno spirito che senza aver mai visto il Santuario, o aver partecipato almeno una volta alla sua tradizionale festa, non si può comprendére in pieno.
Indubbiamente, S. Giovanni del Calandrone, infilato lassù, in uno dei paesi a cuscinetto tra il Milanese e il Lodigiano, in terra di confine, attira a sè migliaia di pellegrini ogni anno e, con i pellegrini, gli ammalati. In questi anni qualcuno ne ha contati più di cinquemila in un sol giorno. Di questi, mille erano gli ammalati dell’Unitalsi.
«Il santuario – scrive don Gianmario Galmozzi – dopo aver battuto un sentiero polveroso tra i campi e distese d’alberi, accoglieva noi stanchi, con la sua aria benevola di sentinella solitaria d’una tradizione di fede. Entrati in silenzio e compiute le nostre devozioni davanti l’immagine taumaturga del Santo (gli adulti si fermavano più a lungo per frequentare i sacramenti e pregare per i propri cari ammalati e far toccare alla nicchia del Santo gli involti di indumenti per tenere lontane dalla famiglia le malattie) noi ragazzi giravamo disinvolti attorno le pareti del santuario per osservare le tante grucce o stampelle appese in alto, gli ex voto, l’antico avello, soprattutto l’altra vasca colma d’acqua benedetta che ha proprietà medicamentose, dove immergevamo le bottiglie per riempirle e portarle nelle case a segno di protezione contro i malanni che ci potevano capitare».ù
Il maggior afflusso lo si registra da maggio a settembre, ma il giorno della festa si assiste a qualcosa di veramente indescrivibile. A Merlino si reca gente da Cremonese, dal Cremasco, da Pavia, dalla stessa Milano (i milanesi sembrano quasi i più attaccati al Santuario. Si registrano periodicamente pellegrinaggi da Cassano d’Adda, Rivolta d’Adda, Melzo, Melegnano e dai cento paesi del Lodigiano.
Arrivano in fila, un pullman dopo l’altro, tre, quattro mila pellegrini che in due ore riempiono tutti i dintorni della piccola chiesetta facendola traboccare di gente. i campi circostanti si intasano in un baleno di automobili parcheggiate ovunque. Per un giorno, Merlino diventa quasi il centro più importante di tutto il Lodigiano, verso il quale si accentra l’attenzione di persone provenienti da territori e province così diverse tra loro.
I giovani del posto si prestano con dedizione all’organizzazione di tutto quanto e non è facile programmare i movimenti di migliaia di persone.
Viene da Bagnolo, a piedi, un gruppo di donne. Viene attraverso i campi, con indosso gli stivali di gomma, per ripararsi dalla rugiada. E i pullman chilometrici che scarrozzano sulla strada non asfaltata.La strada viene bagnata pei non far sollevare nuvole di polvere, però i merlinesi quella strada non la vogliono asfaltata, per lasciare a Santuario del Calandrone il timbro di una caratteristica che è unica in tutto il Lodigiano.
Abituati come siamo a visitare santuari mariani, e a veder innalzare campanili e luoghi di culto dedicati alla Vergine Maria lungo le sponde dell’Adda, questo santuario ci appare un po’ “sui generis”, nel panorama. della devozione popolare del nostro territorio.
Eppure, il Calandrone trabocca ogni anno di migliaia di pellegrini, e chi ci è stato una volta ci ritorna, perché quel piccolo tempio sperduto laggiù, nel verde dei prati con gli alberi tutti intorno, ha un qualcosa di indescrivibile che ti incanta.
E’ per questo, forse, che S. Giovanni del Calandrone È diventato, per centinaia di sofferenti, una bandiera.


Attendere prego ...

complimenti dell’ ottimo lavoro
si legge volentieri e si rimane
tonificati dalle belle e buone
parole da voi scritte.GRAZIE
Gio’